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OMOLOGAZIONE NON RICHIESTA

I post di questo luogo vanno letti con la logica normale, quella di un libro diviso in capitoli.

ADDIO

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L’idea

Qual’era l’idea? Semplicemente quella di tentare un approccio diverso al mondo dei blog o, meglio, di trasformarne in parte lo spirito. L’idea nasceva dopo anni di esperienze in rete e di riflessioni spesso contraddittorie ad esse conseguenti: era soprattutto il desiderio forte di tornare agli inizi personali, tornare al cartaceo. Chi leggerà qua non avrà difficoltà a riconoscere una buona parte dei miei post riveduti, corretti e assemblati a mo’ di libro: la suddivisione in capitoli fa parte del gioco. Già altre volte ho provato questo che a tutti gli effetti può dirsi un esperimento ambizioso: i risultati finora sono stati deludenti ma adesso per una quantità di motivi è giunto il tempo di lasciare i sogni al loro destino e farli scorrere liberi senza chiedere nulla in cambio.

PREFAZIONE O ASSOLUZIONE.

Strada finita questa, rimane qui in tutto il suo svolgimento completo.Voglio chiedervi un favore: ce ne andiamo tutti prima o poi, fate in modo che questo blog non sparisca, Se un giorno la blogosfera dovesse mutare abito o sparire del tutto in altre forme di comunicazione virtuale, se di questi miliardi di parole scritte non dovesse restare che un ricordo sempre più lontano, se nessuno di questa stagione di blogger restasse in rete, SALVATEMI DALL’OBLIO. Ricopiate e incollate questi post altrove, usateli, smembrateli fateli vostri ma non fateli morire in silenzio. L’indifferenza uccide. Io finisco qui per consunzione e mancanza di fede, a voi proibisco di fare la stessa fine.
QUI e solo qui, non potrebbe essere diversamente.
Quando vi leggo trovo a volte delle autostrade aperte che sembrano portare alla comprensione e poi, mi dico, fisiologicamente alla reciproca conoscenza. Immagino di voi e della vostra vita, la faccio discendere naturalmente da quel che scrivete: tutto al suo posto qui, ogni tassello perfettamente inserito dentro il suo alloggiamento. Per episodi più o meno lunghi l’ombra che sempre proiettate sul mio intelletto acquista una corporeità vera; mi aiuta a giocare anche con la mia esistenza qui, a scambiarla nel mio immaginario con le mie parole e con le idee che sento aleggiare in modo palese in questa dimensione virtuale.
C’è anche dopo questi anni una familiarità “storica”, una consuetudina maturata nel tempo, è essa a dare colore alla mia immaginazione a farla sembrare reale: è così facile a volte permetterle di sostituirsi ai nostri giorni veloci e vivi. Qui ci siete tutti, ci siamo tutti anche coloro che non ci sono più, che sono partiti per altre avventure. Io dico al vento ricordi ciò che disse quella volta? Pensi al significato premonitore di quello scritto? Ho in questi casi la netta sensazione che annuiate tutti e che comunque nessuno di noi possa modificare alcunchè.
Non ho nessuna intenzione di agire diversamente, non c’è un’altra conoscenza che io desideri di voi, è un equilibrio sottilissimo e mi bastate fatti di parole e pensieri. Ma qui e solo qui, fuori c’è la guerra e forse Enzorasi è già partito lasciando dietro di sè una tenue scia di sogni interrotti. Non ho miti, non li ho più: gli ultimi si sono dissolti nell’inverno del 1973. Non ho punti di riferimento assoluti non abbraccio più nessuno, ma ascolto tutti. L’amore è solo un’utopia, la possibilità di chiudere occhi e cervello e, appresso a quello, anche la tastiera non è un’opzione accettabile per me. I blogger li leggo, li vedo, a volte li “sento” ma so perfettamente che è un momento: se ne andranno o peggio diranno cose terribili per me. Li rispetto e spesso non sono stato ricambiato: è il web, l’umanità, la cultura , la stupidità, la noia e l’abitudine. Siamo noi. Non ci sono guru nel mio panorama culturale, io sono sullo stesso livello di chiunque altro, appena mi colpiscono in modo becero divento di una spanna superiore sotto tutti gli aspetti. Non ho mai incontrato un’idea assoluta o un assoluto giusto. Siete tutti relativi, siamo tutti improbabili.
Mi resta solo la mia terra o, meglio, la sua metafisica. Di questo potremmo parlare a lungo ma questo blog non si aggiorna, è trapassato. Vive solo della lettura che lascia chi passa di qua. Il suo desiderio più grande (perchè il blog è tutt’uno col blogger) resta inappagato e stride forte col bianco della pagina uccisa dai segni neri.
Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, sopratutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c’è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell’aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo.

TECNICISMI – Non c’è più tempo, era questa la sensazione nell’aprile dello scorso anno quando decisi di organizzare una parte dei miei post nel modo che vi accingete a leggere; non so spiegarvi come e perchè quella sensazione era diventata tanto chiara e presente anche perchè provarci mi farebbe troppo male. Questo è un blog? Sinceramente non saprei come definirlo, ho trascorso mesi interi a domandarmi cosa diavolo sia questo insieme di parole scritte. Il tempo sta scorrendo in fretta, io non ho trovato alcuna soluzione, alcuna definizione. Non so cosa sia questo spazio. Se penso che ho appena fatto click e ho liberato nell’etere più di novantamila parole con l’ausilio di pochissime immagini mi viene voglia di rimangiarmi il gesto: quanti saranno i pazzi che riusciranno a sorbirsi i primi 3 capitoli senza mandarmi più o meno educatamente a quel paese? La blogosfera ha ritmi diversi, scrittura diversa, dinamiche relazionali distanti anni luce da questo tentativo che sto mettendo in atto.
Mi sono detto cento volte di non aspettarmi nulla, di non coltivare nessuna illusione. Me lo ripeto da almeno un anno… solo che mi dispiaceva scolorire senza averci provato, affondare nel marasma di parole che tutti produciamo senza aver provato a vestire le mie in modo consono a quello che io provo nei loro confronti e nei vostri. Questo tempo con l’esperienza che si porta appresso finisce veramente qui, sulla soglia dei miei anni compiuti e della mia vecchiaia incipiente. Altri blogger ci sono passati io ne conosco alcuni, tutti hanno lasciato un segno in questo ambiente, anche quelli che hanno abbandonato il loro spazio nell’etere come una pianta solitaria e non più curata. Non c’è modo di spiegare la fine, esiste solo il tentativo di vestirla in modo diverso: il mio è questo. Cerco la mia identità, il succo del discorso sta tutto lì, non ricordo esattamente quando l’ho persa ma è passato molto tempo. Credo che sia un rischio insito in quelli che come me sono transitati per luoghi ed esperienze lontane anni luce tra loro; crescere, vivere e morire guardando gli stessi orizzonti ti protegge e ti opprime. Ti salva dall’eccessiva confusione inizialmente e ti ruba la possibilità di cambiare dopo. Io non ho scelto nulla!
Non posso arrogarmi scelte che non ho mai fatto: il caso, la vita, altre circostanze mi hanno costruito attorno un’esistenza complessa e multiforme. Io mi ci sono adagiato e adeguato finchè è stato possibile. La scrittura fin dai tempi dell’adolescenza è stata la mia unica ancora di salvezza, il mio riconoscermi quotidiano dentro una girandola di voci e di volti. Per questo motivo vorrei con tutto me stesso che le pagine che leggi ti dicessero veramente di me.
La mia identità profonda è dentro le scelte sintattiche e verbali, dentro la punteggiatura, gli aggettivi, gli avverbi e i tempi scelti nel raccontarsi. Potrebbe essere difficile credere che una parola piuttosto che un’altra o una virgola possano dire di me come uomo più di una foto ben eseguita, eppure è così. Questa identità soggiorna qui da sempre ed è nella sua anzianità di servizio che io ripongo la speranza di non perdermi per sempre.
Non è un contesto facile, nemmeno qui nel virtuale la libertà di essere se stessi e manifestarsi tali ha sempre cittadinanza. Sono anni che se ne parla: la libertà in rete è seriamente minacciata? Saremo privati della libertà d’opinione? Meglio, non potremo più esprimerla e diffonderla in rete liberamente? Si sente sempre più spesso dire che diventerà obbligatorio pagare per la pubblicazione di qualsiasi cosa, foto, musica, collegamenti etc etc, i nostri blog diventeranno pagine grige senza gadget di nessun tipo e senza suoni; poi si dovrà pagare anche per il semplice fatto di averlo un blog. La parola gratuito scomparirà per sempre dal vocabolario della rete? Non vorrei attendere i posteri per avere la sentenza. Spesso il problema è malposto perchè non è la libertà di pensare che viene intaccata quanto la sua visibilità! Da questo punto di vista la blogosfera finora ha fallito i suoi obiettivi riuscendo solo ad imitare pedestremente i media ufficiali e le loro bugie di parte. Se è questa la comunicazione libera e svincolata da remore ossequiose verso i partiti di riferimento la sua sparizione non procurerà nessun danno ai poteri forti che continueranno a farsi beffe di noi come hanno fatto fino ad oggi. Il problema del COPYRIGHT è un argomento attiguo ma usato in questo caso in modo strumentale. Per logica e correttezza di base qualsiasi scritto o immagine lasciati in rete con il proprio identificativo dovrebbero essere citati con la loro origine corretta: non vedo cosa ci sia da discutere su questo. La rete è un serbatoio immenso e, a mio parere, non controllabile mai interamente, vorrei che la fruizione di esso restasse la più libera e informale possibile; dovrebbe bastare la citazione completa dell’origine. Usare questo argomento per farne entrare subdolamente un altro molto più mediocre e illiberale è semplicemente vergognoso! Ho comunque ottenuto il copyright per tutti i testi che trovate qui: ESSI SONO MIEI, sono il frutto di molti anni di lavoro intellettuale e rappresentano anche uno specchio fedele della mia vita.
Non mi sento migliore per avere legalmente i diritti di ciò che ho scritto, per lunghissimi anni me ne sono altamente fregato e mi sembra strano averlo fatto adesso! Non c’è una sola cosa inventata in ciò che leggete, se l’autobiografia ha un qualche valore allora questo blog possiede molto valore. Mi dispiace dover lasciare inserita la moderazione dei commenti: ma con la fauna ridicola che gironzola in rete è indispensabile farlo… mi ricollego al discorso iniziale sulla libertà e la qualità della blogosfera. Se abbiamo un gran numero di pulpiti avvelenati è difficile pretendere di essere presi sul serio a proposito di comunicazione, etica e civiltà. Buona lettura.

UNO

Se avessi il coraggio, vero, unico e disperato di lasciare un solo blog. Scarno senza nessun altro obiettivo che quello di liberare l’angoscia terribile che mi divora da anni. Se avessi la dignità totale di non tener conto delle differenze caratteriali, culturali e anagrafiche di ciascuno di voi e riuscissi finalmente ad essere soddisfatto di me. Se fossi diverso da come sono ora e uguale a come ero 10 anni fa prima di entrare in rete… allora sì che riuscirei a lasciare un segno della mia anima: senza secondi fini, senza passato nè futuro, senza nient’altro che un sogno sospeso dentro l’aria. Che è di tutti e quindi di nessuno. Se riuscissi a fare una cosa così tu mi leggeresti ? Faccio la stessa domanda a tutti coloro che sono passati di qua e dagli altri blog che ho seminato in rete: un luogo senza dinamiche formali, senza commento e rispondo, senza galateo ma pieno di educazione silenziosa, un blog manifesto che non preveda e non chieda altro che lettura e tutt’al più un segno come – ciao- ho letto- che speranza avrebbe di sopravvivere? Lo so che è una domanda sciocca, ma è vera perchè siamo umani e abbiano carne e sangue e desideri di liberazione condivisa; ci sto provando in tutti i modi ma ancora non ci riesco. Lascia perdere il navigatore, non serve, serve solo lucidità…ma se vuoi lo apro veramente un blog così. Anzi lo riapro giacchè dorme silenzioso da 2 anni sotto una rosa bianca. Lì i testi ci sono tutti interi, lì io sono veramente e finalmente nudo.
Come quando si nasce. O si muore.
E’ stato il primo amore: avevo scelto con cura ogni suo aspetto, anche il titolo mi era sembrato perfetto, esprimeva in modo adeguato quel che ero. Questa era “Omologazione non richiesta” ed io l’ho amata con tutto me stesso. Mi dava la possibilità di esprimermi e di confrontarmi, di liberarmi e volare via. Gli anni terribili della delusione e dell’inganno non sono stati capaci di ucciderla e questa è adesso Omologazione come sono riuscito a salvarla. Nacque per uno stimolo di chi in rete bazzicava già da tempo, Desaparecida, quello che mi disse allora risuona nella mia mente in modo nitido, lei ha chiuso da molto tempo. Non domandatemi cosa cerco in rete, non chiedetemi cose sciocche come l’esausto refrain – vuoi la visibilità, l’audience? Tutti quelli che stanno su un blog VOGLIONO ESSERE LETTI! Non siamo dei pazzi fuggiti dal manicomio e desiderosi di scrivere al vento.
Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire! Io sono qua perchè il blog è l’unico mezzo che ho trovato finora per liberare la mia scrittura e ciò mi rende felice; non sono disponibile a qualsiasi compromesso pur di essere letto ma ritengo che la libertà di proporsi ad un pubblico vasto sia impagabile.

Nonostante questo la blogosfera mi è sempre stata stretta e il mio percorso dentro di essa pieno di ostacoli.
Non so decifrare il malessere che da due anni mi è piovuto addosso, a volte ho demandato ad altre situazioni il suo potere su di me, ho voluto pensare che non da me ma da fuori nascevano imbarazzi, nevrosi e sconfitte. E’ solo parzialmente vero, su un tessuto abbondantemente provato e discontinuo si è inserito il rapporto con il virtuale e molti equilibri sono saltati. Non c’è nulla che mi piaccia e mi intrighi più dello scrivere, non c’era bisogno dei blog per capirlo: tutta la mia vita lo racconta da quando ero solo un ragazzino con i pantaloncini corti. Scriverò dunque qui e altrove, completerò anche alcuni degli altri blog che gironzolano in rete come asteroidi impazziti, ma lo farò in silenzio e in segreto: quando questo blog ricomparirà in rete sarà concluso in se stesso, un libro, il mio, da leggere e basta, senza dinamiche ingestibili, senza urgenze o equivoci. Vorrei che fosse un manifesto vivo e colloquiale della mia esperienza in rete, questo è il motivo della decisione di permettere i commenti. Ciononostante sono conscio della “staticità” di uno spazio siffatto, capisco che chi mi legge vorrebbe aver a che fare con materiale nuovo; io però mi sono reso conto che se non chiudo definitivamente questa prima esperienza da blogger non sono capace di intraprenderne un’altra. Ho anche capito che per indole mia, per l’approccio che ho sempre avuto col mondo fuori da me, non potrò mai essere un blogger decente. Non riuscirò mai a tenermi a freno, medierò sempre male e sarò ciclicamente colto da furori o depressioni “totali”. Ho aperto e chiuso una quantità spropositata di blog, per vari motivi, tutti tranne un paio, risibili: sono certo che anche adesso mentre scrivo c’è qualcuno in rete che mi cerca, mi odia, fa spallucce o si rammarica.
Io non chiedo più comprensione, il web finora è un largo spazio apparentemente libero, in cui vige la legge della selezione naturale darwiniana: solo una parte di blogger resiste a lungo e, a mio parere ed escludendo me, non sempre la migliore. Non sarò certo io a cambiare questo andazzo comune tra l’altro ad altri mezzi di comunicazione di massa. Io cerco una serenità lontana.
L’altra sera ho pensato, guardando la luna affacciata sul mare, che l’amore per me era ed è sempre stato l’eco della mia solitudine dinanzi alle cose che amo. Il desiderio perennemente insoddisfatto di condividere la poesia della vita in tutte le sue manifestazioni con un’altra da me. Perché io così da solo non mi basto, non mi accetto: è uno spreco indicibile non potere o non riuscire a dire guarda, tocca, senti a d un altro essere che lo intenda così come io lo respiro, lo scrivo…lo vivo. Pensai che il blog sarebbe stato utile a questo: la testa fuori e le mani alzate per continuare a rincorrere i sogni, per non sfogliare le pagine da solo. Così in parte è stato: devo confessarvi che, tranne i momenti di fisiologica stanchezza, queste pagine mi escono fuori con una naturalezza che sorprende anche me ma non avevo considerato i pericoli che cavalcare la tigre del consesso umano comporta. Esiste una sensualità nel proporsi per scritto che non ha nulla da invidiare a quella che vive nelle pieghe della carne, una febbre oscura e improvvisa che non viene dalle propaggini di un letto; io non ho intenzione di negarla e, se la incontro, riconoscendola mi abbandono a lei con sconsiderata fede. L’amore prende e dà, più lo misuriamo e più ci sfugge, inserito nelle roboanti categorie della nostra tremebonda mediocrità ride di noi, ci sfiora, a volte si presenta dopo una svolta e ci fa sbandare con cinica abilità. Così ho fatto trascorrere una parte della sera ed ho aspettato la luna per sorprenderla mentre trescava col mare. Ed ero solo. Credo d’averlo detto tempo fa: parlo sempre e solo d’amore, anche se gli argomenti sembrano i più vari il pentagramma è quello. Evidentemente non sono capace d’altro. Evidentemente mi appare così indispensabile da dargli tutto lo spazio di cui dispongo. Lo sento, come assenza o presenza, in ogni occasione…e se parlo delle campagne assolate della mia isola è amore; se vi racconto del branco di ricciole incontrato nelle acque di Linosa è amore; se vi dico che ho immaginato di togliermi di mezzo è amore. Non sarò certo io a dire la parola definitiva, a spiegarmi e trasmettervi finalmente il segreto bilancio di questo sentimento. Non sarò io e mi dispiace, in fondo penso di averla intravista un paio di volte la risposta giusta…troppo poco e troppo in fretta. Che mi manchi da morire è palese, altrettanto chiaro che non sarà in questa vita che potrò stringergli i fianchi.
E’ questo il tempo? Quello che vorrei è un distillato di scrittura, ora che ancora posso permettermelo. Negli anni precedenti ho mangiato molta letteratura, i blog sono stati alcune delle portate del ristorante. Certe volte ho anche pensato di aver esagerato, che fossi vicino ad un’indigestione: mi sono rimproverato di non aver saputo o voluto discriminare, di aver cercato dentro la lettura il senso di molte cose del mondo. Pensavo che per giudicare o censurare dovessi prima leggere in ogni caso e con qualsiasi premonizione. Ho ingurgitato una marea di sciocchezze palesi, una pletora di sfilate sartoriali fini a se stesse. Non ho più il tempo di dilungarmi, mi è restato quello di immaginare o far immaginare. Ho motivo di supporre che il problema della “sincerità” sui blog non sia solo una mia supposizione: comunque lo si voglia definire questo picchiettare sui tasti, il senso o il fine di una pagina virtuale non può prescindere da una verità di comunicazione senza la quale un Blog non è nulla. Ci sono “nulla” imponenti in rete e non lo dico dall’alto di un’arroganza o presunzione di merito: i nulla sono talmente evidenti da non necessitare di alcuna spiegazione. Non sono legati solo ad una sintassi o ad una lingua raffazzonata e nemmeno ad argomenti più falsi e stucchevoli delle stoviglie di plastica: sono luoghi di una risibile tendenza al ribasso dove si cinguetta del come sei bello come sei giusto come sei bravo. A volte sono anche scritti bene e non è quello il metro di giudizio da utilizzare; la cifra stilistica o letteraria cui fare riferimento. E’ un pericolo cui tutti siamo esposti perché il comodo di un abbraccio a priori per non essersi spostati di una virgola dal target sociale e culturale di riferimento è qualcosa di ipnotico. Per ogni blog c’è un nome, una persona, una vita e un’emozione: io rispondo ad ognuno di voi, mi sentite? E vi domando, mi domando, quale altro scopo può avere un blog se non quello di aprire alla conoscenza e alla comprensione spiriti e culture diverse? Comunicare e goderne, questo è il mezzo che abbiamo fra le mani. Non siamo tutti uguali e non abbiamo eguale talento, ciò non significa appiattirsi verso il basso ma semmai il contrario. Ho scritto per lunghi anni sino allo sfinimento, spinto da una febbre in cui il compiacimento era solo una piccola parte e il bisogno di verità e assoluto la segreta richiesta. Ne sono uscite cose come quelle che leggete: sono la mia verità? Sì lo sono e possono essere tenute in mano liberamente. Non rappresentano dogmi intoccabili, esprimono solo il mio desiderio di restare, il bisogno di non morire all’oblio delle emozioni e dei sentimenti che mi hanno sorretto nella mia vita. Sono la mia testimonianza, curata, levigata…amata. Io veramente non ho altro e non so scrivere di altro. Non so come ci stia riuscendo ma il tempo, frantumato in mille cocci, si sta assommando qui. Questa casa sull’acqua raccoglie molte delle mie stagioni e il passato rientra a cavallo del presente, il futuro che verrà si nasconde con malizia tra le pieghe di una metafisica provvisoria. Non ho alcun progetto.

Non mi liberai ieri dello scandalo
d’esistere.
Non lo farò nemmeno
oggi
preferendo la leggerezza
di pensare
ai giorni in cui pesavo
poco
e il viso avevo di lentiggini
pieno
come di papaveri in estate
un campo di grano.
Quel che fui mi trasfigura ogni
giorno,
quel che sono non riesce
nemmeno
ad ingannarmi.

Vorrei dire “sembra incredibile” ma non posso perchè è credibilissimo. Sono in fase di sopravvivenza e l’ho affidata a questo spazio: no, non tutta ma in buona parte sì. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. Aspettare, è ciò che dovrei fare in questo periodo di presunte agonie e inevitabili condoglianze. Non so farlo, non nel modo tradizionale: io aspetto superando le mie emozioni per vederle da un’altra prospettiva.
La causa vera di queste pagine è questa, avrà un senso finchè ci sarà la spinta mia personale e dentro le voci che ho iniziato a frequentare in rete. Ho un istinto maledetto e analitico che mi porta via e mi disperde in mille rivoli mentali e in mille attenzioni ineludibili: sembrano tutte fondamentali quasi che tralasciarle significhi, ipso facto, perderle per sempre. Non è così che va il mondo, a volte ritornano più vere e definite di prima, altre scompaiono nell’acqua indistinta dove non è possibile dare loro adeguata sepoltura. In questo caso aspetto: mi dico che ho ancora tempo davanti, lungo e aperto quanto quello già lasciato alle spalle.
Si vive di incredibili menzogne. Oppure si muore.

DUE

Quanto il virtuale ci allontana dalla vita vera? Quanto valgono veramente le diatribe accese, le discussioni più o meno serie in rete? Quanto di noi resta di sincero su questo strano oggetto che chiamiamo blog? Credo che ci prendiamo troppo sul serio. Credo che spesso non siamo all’altezza di presentarci in pubblico. Credo che molti di noi aprano un blog per stupido esibizionismo o per un malcelato senso di autoaffermazione. Credo che io debba mondarmi da un certo numero di peccati. Ma dirlo o farlo qui non basta e non serve. Per vivere con un minimo si serenità e per continuare ad aprire la porta di questa casa devo scordarmi della gran parte di voi, esattamente quello che sto facendo in queste settimane. E’ un forzatura terribile ma, senza, dovrei cinguettare allegramente convenevoli talmente ipocriti da essere inascoltabili. La vita, la mia vita cammina altrove. Così com’è, senza troppe distrazioni, con molte letture, abbastanza noia e qualche incazzatura. Questa domenica scivola via nel ricordo di una serata con un po’ di sano Jazz e una cenetta parca con un paio di amici. Scivola per entrare nella sera che precede un altro giorno usato senza avere il tempo di baciarlo e stringerlo stretto. Scivola con me: guardo il golfo e molte cose diventano inutili, molte persone vuote. La mia vita passata.
Placarmi un tempo mi appagava di più: mi restituiva la misura mia, il giusto senso del ritmo della mia esistenza. Non eliminava i motivi della discordia nè le basi ideologiche profonde di essa, le portava soltanto su un piano diverso e le mondava da inutili e controproducenti eccessi. Era così un tempo e così era, ma forse sbaglio, il mondo degli uomini che mi circondava. Non c’era internet, l’anonimato era relegato a ridicoli fogli bianchi scritti a stampatello o con caratteri trasferiti da altre fonti; al di fuori di ciò c’era il guardarsi in faccia o il non parlare del tutto. Scrivere su un foglio non è la stessa cosa di battere i tasti neri di questo PC, non lo è affatto! Leggere un libro, lasciarvi dentro un segno o il cuore, riprenderne certe pagine e rileggerle, carezzare il dorso della copertina, infilarlo in una tasca e farsi accompagnare da lui durante la giornata non è come gestire un blog. Il web non ci ama amici miei, è una creatura vuota e senz’anima che vive parassitando il nostro spirito, riflettendo il nostro sentimento. Quando usciamo si spegne la luce e non resta nulla…questa è la sensazione che mi rode da un paio di anni.
Se scriviamo i nostri segni per lasciarli in eredità ad altri cuori e altre menti, se pubblichiamo noi stessi chinando il capo al trascorrere immutabile dell’esistenza, se ci abbiamo creduto veramente alla possibilità di essere altro dal nostro morire giorno per giorno…allora è difficile accettare che le nostre parole vengano fucilate da un evento elettronico e asettico.
Da molto tempo sto vivendo ” l’idiozia della rete” in certi contatti e in certi commenti, la sento fatua e sciocca mentre mi fruscia accanto aspettando di contagiarmi e uccidermi a modo suo. Non sarà così! Morirò altrove con le parole scritte addosso e su un foglio di carta stampata: il senso vero e il cuore con l’emozione che si porta dentro sono già nell’aria, queste stanze sono un albergo provvisorio. La casa vera è dentro il nostro riconoscersi. Appurato questo grande e “originalissimo” concetto ribadisco che placarmi oggi mi lascia stanco e svuotato. Mi fa essere un sasso lasciato cadere dentro l’acqua ferma di uno stagno: un peso che trascina con sè, sul fondo, tutte le grida e gli insulti, le inimicizie e le delusioni. Oggi questa pace mi annulla e mi delude, oggi raccoglie i miei anni precedenti e li porta davanti al tribunale della vita e lì la sentenza è già scritta. Placarmi o no mi lascia inutile. Scrivere mi ridà la vita che manca, regala occasioni, cambia intuizioni e costruisce sogni perfetti.
Tu mi sei arrivata addosso come una lunga ondata prevista, abitavi qui, c’eri da sempre e mi mancavi. So bene che non mi stai leggendo. Fingo che tu lo stia facendo e ti chiamo, ti cerco, immagino la tua solitudine segreta, quella che concedevi solo a me in quell’altra vita, in quell’altro tempo. MA NOI ERAVAMO DIVERSI PENELOPE già quasi come adesso, ora perfettamente formati dentro le nostre singole ricerche.
“E’ già primavera ?” mi chiedesti un giorno. “Sì ma non per molto. E’ vero. sono giunta come un’onda. sapevo che da qualche parte ci saremmo trovati come d’altra parte avevi previsto. L’onda ha incontrato i tuoi piedi e per ritirarsi s’è fatta schiuma. La solitudine che tu conosci non mi fa più male. Ho capito che è inutile urlare ai sordi, vano cercare emozioni in occhi che non s’inumidiscono mai. Sto in un cantuccio illuminato da una luce tutta mia. Quella luce tu l’hai vista, è ancora qui”.
Penelope, l’inutilità che di mattina spaventa e immiserisce a sera ti cambia la prospettiva. Vive in un tempo lunghissimo di cui solo pochi riescono a intravedere la schiena che l’altra faccia della vita dipana. Io ho bisogno di luce e cantucci in attesa di spazi infiniti che ben conosco. Chissà perchè scrivere del sottilissimo e del privato “niente” dà maggiori soddisfazioni che argomentare di altre e più concrete cose. Per me non cambia poi molto, so perfettamente che questa è solo una pausa breve e che tra poco arriveranno gli sciacalli a banchettare con questo Enzo “così vero ed elegante”. Quasi che l’altro che grida senza timore la propria rabbia sia solo il parente povero, quello che si lascia in cucina per non farci sfigurare con gli altri invitati. Scrivere, già scrivere… una specie di modo connaturato da sempre in me. Bambino e poi, via via, adolescente e giovane inquieto e distratto da troppe cose. Scrivere. Per confrontarsi con se stessi, per piacere o per ripercorrere emozioni passate troppo velocemente. Scrivere per scrivere? No, quello mai.
Scrivere semmai per RICORDARSI DI VIVERE, scrivere nella speranza che l’idea, il senso si fermino anche solo per un attimo e si lascino accarezzare. Ero così felice di scrivere in rete, adesso è rimasta solo un’eco sbiadita e imbruttita di quella leggera felicità. Sui blog si scrive? Apparentemente sì.
Si discute? Ho seri dubbi al proposito, direi piuttosto che più spesso sui blog ci si prepara ad andare in scena sperando di aver fatto una buona opera di proselitismo.

TRE

Scrivere mi affascinava, mi affascina, mi riesce di una facilità sorprendente: devo ringraziare la dolcissima professoressa che era mia madre se non ho mai sconfinato nella piaggeria fine a se stessa. Mi è venuta voglia di sfogliare l’album e di sorridere nascostamente a tutte queste parole messe ordinatamente in fila l’una appresso all’altra. Però non tutte le faccende hanno appigli che consentono almeno una parvenza di comprensione; questo libro è una fuga, ben vestita (credo) e organizzata con la logica di un maturo signore ricco d’esperienza e solitudine; le righe scritte o riscritte sono il riflesso di un concetto esistenziale che non prevede l’età ma la surclassa, ci gioca e pensa scioccamente di averla fatta fessa. E’ in questo luogo che gli anni riesco a tenerli a bada, solo qui posso permettermi di sbagliare e poi disquisirci sopra con charme e in rima. Fuori da qui ci sono solo schiaffi in faccia…qualcuno di essi riesce ad entrare fino all’anticamera di queste pagine. Non mi sono arreso ma questo non elimina la mia sconfitta nell’altra vita, là dove tra i 18, i 38 o i 63 la differenza esiste ed è palese. Cerco di vivere questa e quella, anzi ho provato talvolta a essere poligamo e farle risiedere entrambe vicino al cuore. Non ci sono riuscito, le due signore sono litigiose e incompatibili l’una all’altra, non ho alternative a questa dicotomia.
Però dentro la mia vita “mentale” il concetto di errore è diverso e ha ragione chi dice che spesso amiamo le cose che apparentemente disdegniamo secondo la logica corrente; forse è solo il tentativo di nasconderle o proteggerle dai poliziotti dell’altra vita, quella in cui siamo debitori di qualcosa a qualcuno. Il senso vero e profondo di scrivere e di farlo così è quello di nobilitare quel mondo di emozioni e idee che fuori da una pagina sarebbero accantonate in un angolo a fare tappezzeria mentre le squillo di lusso dell’alta società divorano le notti fra brindisi e scopate da alta moda.
La bellezza vera trascolora se non la nutri d’amore, rinsecchisce e invecchia fino a svanire anche dai ricordi frammentati in questi giorni in cui le sconfitte sono uno standard consueto. E’ qui che un sorriso davanti ad un tazza di latte diventa un brindisi scintillante, qui che una riflessione attenta trova lo spazio della comprensione, qui e soltanto qui, dentro questa via di fuga. Ma anche in questo luogo niente è prevedibile, niente è sicuro.
Non ho più prospettive virtuali, non ho la “vostra ” educazione, non possiedo il vostro stile e non pretendo di imporre il mio. Ho solo questo luogo e non riesco ad immaginarne il destino: strano per uno come me che conosce bene la storia e ne ha scritte tante. Prima o poi succederà di nuovo. Anche se sono guardingo come una volpe in un pollaio Anche se vivo ai margini succederà di nuovo.
Lascerò ogni tanto un commento, quando capita e dove mi sembra giusto farlo; ma da cosa nasce cosa, qualcuno leggendolo risalirà la corrente e arriverà qui, leggerà e stropicciandosi le mani, s’inventerà un nuovo account per aggirare la moderazione e lascerà il segno del suo passaggio e saremo PUNTO E DACCAPO. Saremo di nuovo nel mondo dei blog: delle signore gelose e dei signori avvelenati e degli anonimi a gogò. Lo ripeto accadrà di nuovo perchè siamo, siete, sono così; mi fate rabbia, non vi capisco ma non serve. Capiterà di nuovo sempre nell’indifferenza più assoluta, quella propria degli dei dell’olimpo da condominio che abitano in gran parte la blogosfera. Io fra di loro.
Anonimi. Sconosciuti. Anche apolidi? Cosa siamo, come siamo veramente… Ogni tanto i miei pensieri mi sfuggono di mano, vengono qui e si scrivono da soli, raccontano di loro e dei loro viaggi, ridono talvolta di me. Ma io sono Enzo, passo e ripasso. Torno e riapro, sembro non aver pace. E’ vero, ho lasciato decine di tracce e di resti sui blog e nei commenti in tutti questi anni. Mai soddisfatto mai a posto, sempre sghembo. Volevo scrivere un profilo personale ma non mi esce niente di meglio di questo: in fondo siamo tutti degli anonimi particolari in questo mondo virtuale. Diciamo di noi ma manca lo sguardo, l’occhiata, il ritmo del passo e il suono della voce.
Qui scrivo solo per me, per lasciare un segno alle spalle dei miei giorni: sembra un vezzo ma è una necessità. Scrivo per liberare la vita che mi porto dentro, tutto il resto viene dopo, ma che ci siate voi in sala è una coscienza che possiedo dal primo momento in cui ho battuto sulla tastiera di un computer. Vi sono dei moti dell’animo che non hanno alcun senso comune, alcuna giustificazione e che, tuttavia, si palesano senza ritegno. Quindi ENZO, il resto è solo vento immaginazione e sogno. Non siamo anonimi, siamo persone che si mostrano in modo diseguale perchè siamo “unici”, almeno dovremmo esserlo ma non è sempre così, probabilmente non lo è mai stato: tutti d’accordo in rete, da una parte e dall’altra. quello che non si adatta sparisce dalle pagine. Le discussioni fungono da sfondo: le puoi modificare come un layout e aumentano l’ipnosi collettiva, oltre un certo limite diventano un loop che si ripete all’infinito. Non ci serve.
“Le idee chiare e precise sono le più pericolose, perché allora non si osa più cambiarle; ed è un’anticipazione della morte.” André Gide, Pretesti, 1903.
Quindi io posso considerarmi al sicuro: negli ultimi 25 anni ho mutato opinione varie volte e adesso sono giunto su una spiaggia deserta e silenziosa che è lontanissima dai fasti e dai rumori dei lidi percorsi un tempo. Ad un certo punto ho anche pensato di essere prossimo alla morte poichè molte cose me lo indicavano, ma era una bugia. Io sono ancora qui, vivo, e possiedo nonostante tutto un paio di idee precise: una di queste riguarda i blog e i suoi abitanti. Non è benevola nei loro confronti. Di questo viaggio conosco tutti gli aspetti: ogni piccola cosa. Dai preparativi iniziali alla curiosità prima e alla stanchezza dopo, quando sembrerà che proprio tutto sia stato compiuto.
Attraverso i territori della mia esistenza con piglio tranquillo ma so che c’è un luogo che mi metterà in subbuglio, e non è alla fine del viaggio. Oltre un certo confine, dove gli alberi si fanno radi e il silenzio non è più lo stesso, oltre la normale conoscenza con i suoi confortevoli limiti che parlano di senilità, c’è un altro territorio vastissimo e libero. Nei suoi cieli si muovono le cose e le persone che ho amato di più nella mia vita, non chiedono conferme, non temono confronti, non giudicano, esistono per sempre, fuori dalle parole e da questo tempo che divora il tempo. Arrivare lì è l’inizio del vero viaggio.

Io vengo dal cartaceo come la gran parte di voi ma il mio legame placentare con esso probabilmente è più forte rispetto a quello di un giovane blogger. La prima volta che scrissi veramente fu dopo la prima esperienza con le donne: scoprii che portare su un foglio l’emozione, quel tipo di emozione, rilassava i miei genitali tesi e soprattutto dava alle mie azioni una prospettiva più vera, pensata e completa. Facevo sesso e, scrivendo, capivo se amavo; ogni ragazza nel momento in cui pensavo a lei dopo era una persona e non solo un oggetto di piacere, l’acqua della vita scorreva impetuosa e “giusta” fra le sponde delle parole scritte.
Scrivere col tempo ho scoperto significa porre la nostra dimensione esistenziale davanti a noi, farci guardare in faccia dalle cose che viviamo, portarle fuori e riprovare a meritarcele con la forza del pensiero. E’ un diventare adulti senza dimenticare il ragazzo libero che vive dentro di noi. Ma è anche un gioco pericoloso perchè esalta la verità intima di ciò che siamo e se la verità è un confronto scomodo, la verità pubblica lo è ancora di più. Questo è il motivo per cui alcune cose scritte come “Muoio ogni volta” ed altre ancora che ne verranno non le ho mai pubblicate: per paura, per sciocca e banale paura, per un conformismo subdolo che è diffuso sui blog come nella vita. Dall’educazione ricevuta in senso familiare e generazionale non si sfugge, una certa misura diventa parte di noi, quella che usiamo come biglietto da visita col mondo di fuori…solo una parte, la più gestibile perchè ci siamo convinti che solo quella può apparire senza che noi ne subiamo danni di ritorno. In realtà l’apparenza è la nostra schiavitù cronica, la fonte delle maggiori sciocchezze e crudeltà che siamo capaci di compiere. Per chi scrive o sa scrivere, credetemi, è solo un argomento come gli altri e nemmeno il più importante. La libertà dello scrivere è trasgressiva in sè, non ti permette compromessi e se la forzi dentro il cilicio di una censura preventiva lei ti punisce facendoti scrivere delle minchiate orribili: guardatevi attorno nei blog, uno scritto “legato” si riconosce subito come un seno rifatto, può anche essere impeccabile ma non entra, è un convenevolo e sparisce subito dopo la visita di cortesia.
Certamente ho scritto molte cose sul confine tra misura e verità: sul blog questo è diventato un problema. Non voglio accusare nessuno se non altri che me stesso ma se il mio spazio di scrittura pubblica non diventa la dimora della mia libertà intellettuale, in mancanza di orpelli quali pubblicità e target di lettori da mantenere a qualunque costo, allora il Blog di Enzorasi non ha motivo di esistere. L’obiettivo è quello di testimoniare sinceramente me stesso e lasciare in rete il più a lungo possibile il senso della mia vita e del mio narcisismo intellettuale così com’è. Comunque l’impulso a esporre Enzo nudo e crudo era troppo forte e imperioso, se non gli avessi obbedito avrei dovuto riconoscere di essere uno stronzo in giacca e cravatta, uno dei tanti; preferisco esserlo a modo mio. Ho ancora alcune cose da sistemare prima di chiudere la porta, ho ancora alcune bellissime e segrete zone d’ombra da illuminare per un momento. Non mi interessa altro che scrivere e capire per poi tornare da dove sono venuto, sorridere agli alberi di viale della Libertà davanti ad una tazza di caffè in un bar di via Mazzini e pensare a tutte ma veramente tutte queste vite assieme.
“La mia infelicità vera è iniziata nel momento in cui ho iniziato a mediare ogni moto “di pancia” attraverso la ragione” cit NICOLETTA RANALDO. La natura vera e profonda, il nostro istinto “privato”, quello che ci fa uno diverso dall’altro, guida comunque la nostra vita. E’ vero quello che afferma Nico, ad un certo punto del nostro cammino, per la prima volta, iniziamo a mediare: ci sostituiamo al pilota automatico che ci ha portato fino a quel giorno. Non ci fidiamo? Vogliamo altro? Abbiamo bisogno di socialità condivise e misurate? Ognuno ha i suoi motivi e quel punto può riproporsi altre volte lungo il cammino. Io credo che, nonostante i nostri sforzi, andare contro natura, inguainare l’istinto e credere di pilotarlo dove e come vogliamo noi sia solo una menzogna. La nostra vita pian piano comincia a stridere, a imballarsi e a singhiozzare…alla fine è uno schifo che non riconosciamo più come nostro. Questa maledetta ragione e, appresso ad essa, l’autoanalisi e le elucubrazioni conseguenti mi hanno personalmente ridotto ad un fantasma senza colore, un essere che grida a bocca aperta e annega rifiutandosi di nuotare. Da un certo punto in poi non c’è ritorno, almeno non c’è alternativa esistenziale: devi accontentarti, se ce la fai, di scappatoie filosofiche, ectoplasmi del tuo pensiero in forma di deja-vu che fanno più male del presente. Io ho trascorso la mia vita litigando continuamente col mio pilota automatico. Ho anche preso una licenza di volo e l’ho sbandierata come viatico per una rotta sicura e felice mentre il pilota automatico si faceva beffe di me… adesso mi guarda con un ghigno a braccia conserte. L’aereo vola in apparente calma, niente e nessuno sembra poter interferire sul viaggio, ma se guardo fuori dai finestrini di questo Blog il paesaggio è quello di rovine a perdita d’occhio. Anche volendo riaffidare il comando alla parte più libera e selvaggia di me potrei al massimo trovare una piccola radura tra i sassi, atterrarci, accendere un fuoco e guardarmi attorno per scoprire da dove arriverà la fine.